Navigare a vista

tumblr_kvosftt5pm1qzmfy5o1_400A volte vorrei potermi fermare, congelare la storia di questi mesi, di questo sogno che procede nonostante se stesso. A volte vorrei potermi fermare per piangere quelle lacrime che da giugno non ho pianto. Le lacrime di gioia, le lacrime di soddisfazione, le lacrime di paura, le lacrime di ansia e le lacrime di tutte le scomparse che hanno riempito questi mesi.

Vorrei potermi fermare per capire dove sto andando, dov’è che questa strada mi sta portando, qual è il senso che ha.

Vorrei poter riflettere, vorrei poter capire, vorrei potermi concedere di soffrire.

Sono tre le scomparse di questi mesi pieni di ogni cosa. Due sono le scomparse naturali, persone che mancheranno, che lasciano un vuoto, ma sono scomparse che sai. Una, la più grande, è la scomparsa che non sai. E non c’è giorno, non c’è minuto, non c’è squillo di telefono che non sia una speranza. O l’interruzione di un battito di cuore. 

E oggi, oggi che è il giorno di un’altra perdita – più risibile, certo, e in qualche modo senza importanza – oggi che finalmente sono sola in questa gabbia d’oro che vive non so come di vita propria, posso concedermi di fermarmi e di ripensare a tutto quello che in questi mesi ho guadagnato e a tutto quello che in questi mesi ho perduto. Ho perso tanto, molto, forse troppo.

Ho perso gli ultimi pezzi di una famiglia già ridotta ai minimi termini, ho perso l’ultimo riflesso delle risate di mio padre, ho perso la bellezza dei sogni e la fiducia in questo futuro che stavo costruendo. Ho perso i miei attimi di solitudine, la mia immersione nelle parole. Ho perso un amico che spero di ritrovare.

E ho guadagnato persone. Sono un numero incalcolabile le persone che ho guadagnato. Tra di loro ce n’è soprattutto una, una persona che un giorno spero di poter abbracciare con sollievo e con gioia, per il solo gusto di abbracciarla. 

La cosa che ho capito, in questi mesi di perdite e guadagni, è che a tutto si sopravvive, anche all’impensabile. Il problema è come, il problema è quanto si indurisce quella scorza già dura che non avevi fatto in tempo a limare un po’ che di nuovo si è inspessita il doppio.

E se dopo queste giornate tutto quello che si vorrebbe è un abbraccio, quello che non riesco proprio più a trovare e la capacità di cercare un abbraccio solo, semplice, pulito, lineare.

E mi ritrovo a non sopportare di sperare. Mi ritrovo a non sopportare me stessa e il mio modo di andare avanti. Mi ritrovo a desiderare qualcuno che mi prenda a schiaffi e per un po’ decida al posto mio.

E così continuo a navigare a vista, paro colpi, ché ormai ho imparato come si fa, e tappo buchi. E spero di ricordarmi, prima o poi, di respirare.

Ecco. Ora la molla è carica. Non deve far altro che scaricarsi da sola. È questo che è comodo nella tragedia. Si dà una spintarella perché prenda il via, niente, uno sguardo di un secondo su una ragazza che passa e alza le braccia per la strada, un desiderio di onore un bel giorno, al risveglio, come di qualcosa da mangiare, una domanda di troppo che ci si pone la sera… E’ tutto. Dopo, non c’è altro se non lasciar fare. Si è tranquilli. La cosa gira da sola. È minuzioso, ben oliato da sempre. La morte, il tradimento, la disperazione sono là, vicinissimi, e gli scoppi, e le tempeste, e i silenzi, tutti i silenzi: il silenzio quando alla fine il braccio del boia si alza, il silenzio al principio quando due amanti sono nudi uno di fronte all’altro per la prima volta, senza osare muoversi subito, nella camera in ombra, il silenzio quando le grida della folla scoppiano attorno al vincitore – e lo si direbbe un film in cui il sonoro si è inceppato, tutte quelle bocche aperte da cui non esce nulla, tutto questo clamore che non è che un’immagine, e il vincitore, già vinto, solo al centro del suo silenzio…
È pulita, la tragedia. È riposante, certo… Nel dramma, con questi traditori, con questi cattivi incalliti, questa innocenza perseguitata, questi vendicatori, questi sambernardo, questi bagliori di speranza, diventa spaventoso morire, come un incidente. Forse ci si sarebbe potuti salvare, quel bravo ragazzo avrebbe potuto arrivare a tempo insieme ai gendarmi. Nella tragedia si è tranquilli. Anzitutto, si è tra noi. Siamo tutti innocenti, insomma. Non è perché ce n’è uno che ammazza e uno che è ammazzato. È una questione di distribuzione. E poi, soprattutto, è riposante, la tragedia, perché si sa che non c’è più speranza, la sporca speranza; che si viene presi, che alla fine si viene presi come un topo, con tutto il cielo sopra di noi, e che non resta che gridare – non gemere, no, non lamentarsi – urlare a piena voce quel che si aveva da dire, che non si era mai detto e che forse non si sapeva ancora. E per niente: per dirlo a se stessi, per impararlo da sé. Nel dramma, ci si dibatte perché si spera di uscirne. È ignobile, è utilitario. È gratuito, questo. È per i re. E non c’è più niente da tentare, alla fine!
(Jean Anouilh, Antigone)

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