Che siccome che…

Io di solito le cose sui morti non le scrivo, neppure in questo 2016 che di spunti – bisogna dire – ne ha dati parecchi. L’ho fatto solo una volta, cioè quando è morta Pina Bausch, ormai parecchi anni fa. Però, a volte, ci sono persone che in qualche modo hanno segnato la tua, di vita… per me alla fine sono sempre legate al teatro (mon amour), e quindi l’altro giorno è stato un colpo duro.

Per me, come per molti altri, la Marchesini è stata le risate del periodo della bambinezza, ma per me è stata sopratutto la prima attrice che ho adorato. Io la trovavo semplicemente magica nella sua capacità di cambiare voce, volto, nell’arco di un millisecondo, passando nella stessa battuta a tre personaggi diversi. è una roba che mi ha sempre fatto spaccare dal ridere e una roba che avrei sempre voluto fare. Io che ho iniziato a recitare quando di anni ne avevo 10, affascinata da tutto quello che c’era sopra, davanti e dietro un palcoscenico, vedevo nella Marchesini un vero e proprio mito. Poi i miti son diventati altri, si cresce, si conoscono cose, ma nel mio cuore c’è rimasta sempre, non c’è niente da fare.

Quando ero adolescente poi, verso i 16 anni, questo amore ha trovato un degno compare. Erano gli anni di punta del Trio, gli ultimi anni, e io ho conosciuto Gianni, come me drogato, come me sapeva tutto (ma proprio tutto) a memoria: parole, intonazioni, pause, gesti… lui lopez e io marchesini ce ne andavamo in giro con amici e poi bastava un niente, ma proprio un niente, e rifacevamo interi pezzi di spettacoli. Credo che qualcuno ci abbia anche odiato allora. Il nostro preferito non erano i Promessi Sposi (anche se bella figheira non è mancata mai) ma “In principio era il Trio”, spettacolo teatrale di cui conservo gelosamente una cassetta registrata male dalla rai. E poi il libro, uscito in quegli anni e che avevamo comprato, dove erano riportate tutte le battute di Helzapoppin. Insomma, una malattia.

E poi un giorno è successo, con la Marchesini mi ci sono scontrata con relativa figura di merda. è successo al supermercato, quando io e lei abbiamo condiviso per un mesetto lo stesso quartiere. Appena arrivata a Roma vado in cassa per pagare ma do alla cassiera le monete sbagliate. Lei me lo fa notare e io rispondo con con un “Che siccome che sono cecata” nel miglior stile signorina Carlo. La cassiera sorride un po’ tirata e guarda dietro di me. Appunto. Io da brava torinese sorrido di circostanza e non mi fermo, non le chiedo, mantengo la mia dignità nella figura di merda e un po’ me ne sono pentita.

E così in qualche modo se ne va un pezzo di quella che sono e che sono stata. E per me, la scena del funerale, rimane sempre una delle migliiori.

Sbattere il mignolo e vedere le stelle (5)

Non ho votato (semplicemente perché non sono residente a Torino eh) e quindi in qualche modo guardo alla situazione con il distacco di chi non ha dovuto dare un voto difficile. Però ci sono un paio di cose che…
 
Sono sempre stata molto diffidente (se non addirittura incazzata) da quando, ormai parecchi anni fa, Grillo organizzò il suo secondo Vday proprio qui a Torino, il 25 aprile, appropriandosi della Resistenza e trasformandola in un grandissimo e arrabbiato Vaffanculo. La diffidenza continuava a crescere quando le prime organizzazioni territoriali e nazionali raccoglievano demagogicamente firme per richieste di referendum che non potevano essere presentate. La demagogia è cresciuta, il movimento pure, e ricordo una cena a casa mia dopo le scorse politiche in cui con alcune amiche ci siamo guardate dicendoci “sono uno su quattro, non ne usciamo”. E ho guardato anche alla demagogia di questa campagna elettorale torinese, che si è caratterizzata per una cerchiobottista pacca sulle spalle dei gay accompagnata da dichiarazioni in cui si dice che la cultura non fa mangiare. Un passo a destra e uno a sinistra, appropriandosi di progetti avviati da questa amministrazione e sempre demagogicamente sfruttando la disoccupazione crescente, sino ad arrivare alle foto con i cartelli che contrapponevano le code fuori dalla Caritas a quelle fuori dai musei. Come se i 7milioni di turisti dello scorso anno non avessero contribuito a creare posti di lavoro in una città in cui è morta l’azienda in cui lavorava quasi la metà dei suoi abitanti (considerato anche l’indotto). Quello che più mi ha spaventato, del programma della Appendino, è proprio la distinzione che ha messo in campo tra politiche sociali e politiche culturali, come se non fossero stati proprio gli investimenti sulla cultura a tenere in piedi questa città e a permettere che non collassasse insieme alla FIAT. E sempre demagogia contro “il Sistema” è stata la motivazione principale di chi sosteneva la Appendino, ho letto solo un paio di commenti che parlavano dei suoi progetti per le periferie, per il resto è stato tutto un grosso vaffanculo con sfumature linguistiche più o meno pesanti.
 
Non che – del resto – votare Fassino fosse più semplice, soprattutto considerando la sua amministrazione che si è caratterizzata per qualche cazzata (che fa sempre rumore) ma soprattutto in assenza, assenza proprio a livello fisico, delegando di fatto la sua immagine e la sua voce al PD nazionale. Perché o eri estremamente interessato alle politiche cittadine o non ne sapevi niente di quello che accadeva. Per buttarla a livello pittoresco, quasi ricordo con nostalgia gli incontri (quasi scontri) con Chiamparino in bicicletta e il vederlo andare in giro per manifestazioni, feste in piazza, eventi vari, con il risvolto dei jeans cucito male. Sembrano cazzate ma alla fine non lo sono, come diceva Moretti a proposito di Happy Days, “non c’entra ma c’entra”.
 
Per non parlare del PD, su cui c’è da stendere un velo pietoso, un partito che ormai a forza di dichiarare di voler rottamare il vecchio ha finito per rottamare se stesso. Ed è quasi un miracolo il risultato raggiunto in alcune circoscrizioni, in cui il lavoro su strada e sul territorio ha prevalso nonostante il PD. E senza neppure dire di tutti quelli che hanno votato Fassino sperando che vincesse ma con il 50,1, perché comunque bisognava darla la mazzata. E infatti uno degli stati d’animo di oggi, alla fine e anche questo: una consolazione quasi masochistica nel dirsi che però, in fondo, una batosta così il PD se l’è meritata.
 
E se sono malinconica oggi non è solo per questa vittoria demagogica, ma soprattutto per quell’affluenza al 50%, che in una città come Torino è una vera e propria coltellata al cuore. Perché alla fine loro sono sempre 1 su 4, poi c’è un nostalgico resistente su 3 e mezzo, poi c’è il buio totale.
 
Leggevo il commento a un post di Pandiani su facebook in cui qualcuno ha scritto “Siamo sopravvissuti a Cota in regione, sopravvivremo anche a questo”. Io non lo so se siamo veramente sopravvissuti, il sistema sanitario (per esempio) potrebbe dire il contrario. Come non siamo per nulla sopravvissuti a 20 anni di berlusconismo. Ripenso spesso a Montanelli, solitamente così lungimirante, e a quando diceva che una legislatura di Berlusconi sarebbe servita a vaccinarci. Non ci siamo per nulla vaccinati, ci siamo assuefatti a una politica da trivio che sembra non avere più alternative.  
 
E quindi oggi lo dico anche io, ma non con rabbia, né come invettiva, piuttosto lo dico come quando si sbatte il mignolino del piede contro lo spigolo del letto, e lo dici come uno sfogo, sapendo benissimo che non farà passare il male. Fanculo,

Royalties canaglia

Ho visto oggi su Facebook che Patamu è entrata in sfida con le normative italiane e in accordo con le normative europee per l’annosa questione del monopolio SIAE. Ho dato uno sguardo alla loro petizione su Change.org e ho letto un po’ di commenti, soprattutto di “piccoli” (mi si passi il termine) artisti che lamentano […]

Rodrigo Hasbún – ANDARSENE

SUR42_Hasbun_Andarsene_cover-1Come dico spesso da quando faccio la libraria ho meno tempo per leggere anche se, bisogna dirlo, dopo due anni di peripezie ho finalmente ritrovato dei ritmi più o meno decenti. Di solito leggo alla sera tardi (poco), mentre cammino tra casa e il negozio (un paio di lividi sulle ginocchia lo attestano) e soprattutto alla mattina. Quando non devo aprire mi sveglio comunque alle 7 (se non sono troppo assonnata) e leggo fino alle 10. In questo modo mi capita di svegliarmi con delle pagine stupende, e sono sempre grandi risvegli.
Questa mattina, ad esempio, mi sono svegliata con Rodrigo Hasbún e il suo Andarsene, uscito ad aprile per SUR. Questi ragazzoni di Sur, bisogna dirlo, ci danno sempre grandi soddisfazioni.

Andarsene è un libro stupendo, ambientato (soprattutto) in Bolivia tra gli anni 50 e gli anni 70. Storie di famiglia, di rivoluzioni mancate in cui sono mancati anche gli amori e gli affetti. La cosa che mi ha affascinato di più sono le voci di questo romanzo breve ma intenso: ogni capitolo è la voce di un personaggio, uno stile di scrittura, una diverso punto di vista sulle cose, sul mondo. Un libro che apre riflessioni sulla memoria, sulla nostalgia… e fa sorridere e insieme non stupisce leggere in copertina che Hasbún ”Non è un bravo scrittore: è uno dei grandi” firmato Safran Foer (che sulla memoria ci ha scritto un libro magnifico, Ogni cosa è illuminata). Fa sorridere perché anche il rifugio nella memoria sembra essere la strada sbagliata, in questo libro, forse perché la memoria, più che servire ad illuminare ogni cosa, in Andarsene serve a immobilizzarla nella nostalgia. “A me la nostalgia serviva. – dice la più piccola delle sorelle – Per sentire che era valsa la pena di vivere e per dare una maggiore densità al presente.” Ma poi il tempo passa, tutto si disgrega e ne viene fuori che “Non è vero che la memoria è un posto sicuro. Anche lì le cose si deformano e si perdono. Anche lì finiamo per allontanarci dalle persone che più amiamo”. Ed è forse emblematico che uno degli appigli a questa nostalgia immobilizzante sia rappresentato dalle sigarette – tante sigarette – ricordo cancerogeno.

E comunque queste sono le mie riflessioni, le riflessioni di una che sull’andarsene dal presente e sull’andarsene dal passato ci rimugina un bel po’. Un libro che mi ha lasciato la voglia di riaprirlo appena chiusa l’ultima pagina, per riassaporarne toni e amarezze, riflessioni su giovinezza, età adulta e vecchiaia, ricerche di senso per sé e per gli altri. E quindi vi consiglio di leggerlo, perché è scritto benissimo da un autore proprio giovane (per me tutti quelli che sono nati anche solo un anno dopo di me sono giovani, lui addirittura due… è un pischello!), cosa che per Sur è una bella ventata di novità.

Ah! Mi sono svegliata con Hasbún ma mi sono addormentata con Haruf. Però della Trilogia della pianura vorrei parlare quando avrò finito di leggere anche Crepuscolo, comunque, ragazzi, roba grossa!

_______________

Mi faccio un po’ di pubblicità: il libro di cui ho parlato e gli altri che ho citato li trovate da noi in libreria. Ma attenzione… siamo su un blog! Un appello a voi lettori digitali: se volete leggere in ebook questo o gli altri libri di cui si è parlato potete farlo facendo anche una cosa buona e giusta, cioè comprando gli ebook da una libreria indipendente. Il prezzo è lo stesso che trovate su Amazon e compagnia bella e lo so, non ci sono le comodità dello store collegato all’eReader. Ma volete mettere la soddisfazione saltare a piè pari i super-web-colossi? Se volete sapere perché abbiamo deciso di vendere anche ebook potete scoprirlo su questa pagina.

Qualche link ai libri di cui sopra:

A te

A te, amico, che chiedevi il segreto di equilibrio e alchimia, a te a cui ho risposto indossando un volto sereno mentre nella testa crollavano pezzi come da un palazzo antico, a te stasera risponderei che non esiste equilibrio, non esiste alchimia. Che per ogni pezzo di fondamenta si perde un pezzo di cielo. A […]