Sabato, 15 novembre

Cosa facevo il 13 novembre di due anni fa? A quest’ora, probabilmente, pulivo. Pulivo i rimasugli di un canto a caso dell’Inferno della Divina Commedia, perché due anni fa oggi era giovedì. Il 13 novembre di due anni fa mi preoccupavo per mio zio in ospedale. Forse il 13 novembre di due anni fa conoscevo meglio G., l’uomo che ci ha salvato la vita, ma questo imperdonabilmente non lo ricordo. Il 13 novembre di due anni fa smadonnavo perché uno dei problemi più grandi era lavare i piatti, alla sera.

Cosa facevo il 14 novembre di due anni fa? Il 14 novembre di due anni fa a quest’ora probabilmente piangevo e smadonnavo. Piangevo per mio zio che avevo appena visto in ospedale e che sapevo che no, non ci sarebbe stato più. Smadonnavo per il nostro leit-motiv, i nostri vicini di locale che quella sera, per la prima sera, iniziarono a rompere i coglioni. Il suo ultimo viso. Smadonnavo perché dovevo lavare i piatti, smadonnnavo perché le mie intime regole, e il volume, e i vicini, e i suoi “vaffanculo”. Smadonnavo perché sono una mediatrice, alla fine, e perché lavavo i piatti e cucinavo aperitivi. Smadonnavo. E piangevo.

Cosa facevo il 15 novembre di due anni fa? Alla mattina telefonavo per confermare prenotazioni. La sua ultima voce. La sera cucinavo per incontri su Sarajevo. E smadonnavo perché lavavo i piatti, e mi dicevo che doveva cambiare. E il 15 novembre di due anni fa è cambiato. Tutto.

Il 16 novembre di due anni fa correvo e ridevo. Correvo per tutta quella gente al nostro primo brunch, la mattina. Smadonnavo perché non c’era. Ridevo perché chissà con chi era la sbronza, chissà qual era la donna. Chissà gli amici, chissà le avventure, chissà le zingarate. Chissà. Il 16 novembre di due anni fa io e le mie regole ci dicevamo che però… l’incoscienza. Alle 18 del 16 novembre di due anni fa ci si diceva che sì, la stanchezza, ma una telefonata ci sta. Alle 20 suonavo campanelli, alle 21 smadonnavo, alle 22, dopo un 1/2 di vino la prendevo con filosofia davanti a un piatto di pesce. Alle 23, nella mia stanza, non potevo dormire. 

Nelle prime ore del 17 novembre di due anni fa prendevo coscienza. Nelle ore successive cercavo contatti, sentivo per la prima volta voci diventate poi così fondamentali per me. Nelle ore successive pronunciavo a un citofono parole da film. Nelle ore successive ero protagonista, su un marciapiede, di scene da film. Firmavo carte che solo in un film. 
Nelle ultime ore del 17 novembre sapevo. C’era uno spettacolo di Rezza la sera del 17 novembre di due anni fa. Non l’ho visto.

Il 18 novembre aprivo, poi partivo, poi mi sentivo inutile. Il 19 novembre mi sentivo inutile, poi camminavo, poi tornavo. Decidevo al telefono, su un treno, che lo spettacolo doveva continuare. Mi aspettavano alla stazione gli amici, non sapevo che dire. Ero la protagonista sfigata di un film tragedia di serie B.

Il 20 novembre di due anni fa era un giovedì. A quest’ora, probabilmente, pulivo. Pulivano con me gli amici, quelli che ci hanno aiutato a far sì che lo spettacolo potesse continuare.

Io credo che se sono sopravvissuta, due anni fa, a quella settimana tra il 13 e il 20 novembre, è perché non ero sola. è perché eravamo in due. Che poi non lo so se siamo veramente sopravvissute a questi due anni di ipocriti, medium, assenze e curiosi. Forse siamo morte e siamo rinate. Forse chi ci ha fatto rinascere sono quelli che sono venuti alla stazione, che ci hanno lavato i pavimenti, che ci hanno battuto le mani, che ci hanno accompagnato a battere i negozi e le strade e i bagni municipali, che hanno bevuto un caffè nonostante le nostre facce, che hanno mangiato una torta nonostante il nostro umore. Forse ci hanno fatto rinascere liti e disperazioni. Ci hanno fatto rinascere i debiti, ci hanno fatto rinascere i libri. Perché non ce lo potevamo permettere di morire per troppo tempo… no. C’erano i debiti, e c’erano i libri. E c’erano quelli che ci lavavano il pavimento, e c’erano quelli che bevevano il caffè. E loro un sorriso vero lo meritavano, e noi per loro l’abbiamo trovato. Lo meritavano, meritavano la parte bella di noi.

Oggi, nella notte tra il 13 e il 14 novembre, ho riso e ho pensato, eravamo noi due, poi in tre. Ho brindato in vita e in memoria.
Ho ringraziato. Non so chi, ma ho ringraziato per noi due. Perché non importa se sia una divinità, l’energia delle persone o una divinità creata dall’energia delle persone. Ma siamo in due, e questo è un miracolo.

Oggi, nella notte tra il 13 e il 14 novembre ho smadonnato. Perché va bene tutto ma, poca puttana, un abbraccio. Un solo abbraccio. Questo, solo questo, alla fine, ci manca.

Consapevolezze

Io, nella mia vita, mi sono ubriacata (da star male) solo quattro volte. In rigoroso ordine cronologico;

  • La prima: quando al mio ventienonsocosesimo compleanno ero stata stata scaricata, ero da sola e avevo deciso di farmi molto male. Comunque mi ricordo tutto;
  • La seconda: quando, ormai al limite, ho chiesto una cocacola e mi hanno passato un coca e rum, e io l’ho bevuto come fosse la soluzione ultima a tutti i mali. Comunque mi ricordo tutto;
  • La terza: quando un mio amico mi ha detto che forse era incinto ma non lo sapeva proprio davvero. Comunque mi ricordo tutto;
  • La quarta: quando io ero convinta di avere vent’anni ma il mio fegato non era dello stesso parere. Comunque mi ricordo tutto.

Basta. Ho 37 anni e io e il bere abbiamo un rapporto molto contrastato. Amo sbronzarmi, ma non troppo. Non perdo mai il controllo. Non vi dirò mai “non me lo ricordo”. Non mi giustificherò mai con “avevo bevuto troppo”. Porca troia.
A volte vorrei perdermi nell’oblio. Fare cazzate e non saperlo, con tutto quello che può derivarne. Tirare fuori, urlare fanculi, slacciare reggiseni e dirmi che era perché avevo abbattuto barriere logiche e morali. Non l’ho fatto mai.
Torno a casa, dopo 12 ore di festa, porto fuori il cane e lavo i piatti. Mi lavo pure i piedi perché sennò… Lavo i piatti, li lavo in precario equilibrio, li lavo rompendone magari uno, ma li lavo… perché, sennò…

A volte vorrei perdermi. Totalmente, del tutto. Svegliarmi senza sapere chi sono o chi dorme accanto a me. Svegliarmi guardando le spalle di qualcuno e dicendomi che non ne ho colpa. Ma che è stata una bella serata.
A volte vorrei che davvero quella parte del mio cervello che si rifiuta di cedere si addormentasse in un fiume di vodka (o, nel mio caso, più probabilmente di tequila), a volte vorrei affogarmi di mirto o di sambuca. Niente, il mio naso rimane sempre inesorabilmente fuori. Respira. Dà aria ad ogni parte del cervello.

Appello agli amici, per una di quelle tante sere in cui a un certo punto vi dico ciao: se una di quelle sere mi bucate le ruote della bici; se una di quelle sere mi rubate la batteria del cellulare e mi impedite di chiamare un taxi; se una di quelle sere mi nascondete le scarpe… ecco. Forse non subito. Forse non il giorno dopo. Ma un giorno… un giorno… io vi dirò grazie.

 

 

 

 

 

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Corpi in scadenza

Ora che si è un po’ chetata la polemica sul magico Fertility Day mi sento di dire la mia. è che prima di scrivere faccio il test di Zerocalcare, mi sento in pace con la coscienza e poi me ne frego e scrivo.
Premessa: non ho mai amato gli _ismi, ho sempre compreso, appoggiato ma mai vissuto col cuore le battaglie di genere. Questo non perché non sappia che c’è tantissima strada da fare, ma perché l’idea di sottolineare una differenza per raggiungere un’uguaglianza non mi ha mai convinto del tutto. Secondo me bisognerebbe iniziare a lavorare – e tanto – sul concetto di persona e solo dopo, eventualmente, se ancora necessario, apprezzarne le sfumature. Ma questa è una mia idea, che mi ha portato spesso ad avere discussioni anche accese con molti amici e molte amiche.

Voglio quindi ringraziare il ministro Lorenzin per avermi fatto provare per la prima volta in vita mia un moto di rabbia, ribellione e orgoglio squisitamente femminile. Nella vita c’è sempre da capire qualcosa e io forse oggi capisco qualcosa di più sulle battaglie che non ho combattuto. Quindi grazie.

Non saprei dire cosa di questa storia mi abbia disgustato o fatto incazzare di più… c’è tanta di quella roba stonata, a partire dai dati di realtà fino ad arrivare alle questioni femminili e poi a quelle sociali. Ma forse la prima è questa, ed è una cosa su cui ho scritto e detto già in passato: è giusto, è corretto, è sacrosanto che le persone sappiano come funzionano le cose. è giusto è corretto e sacrosanto che sappiano come funzionano corpi e biologie, ed è questo che si dovrebbe fare, se proprio un discorso sulla fertilità si vuol fare: creare consapevolezza. Ogni altro tipo di comunicazione è semplicemente un atto criminale. Non si può considerare il corpo di una donna come un corpo in scadenza senza considerare tutto quello che ci sta intorno, non si può promuovere la natalità senza spiegare cosa comporta, non si può parlare di  atteggiamenti giusti o sbagliati per quello che concerne l’essere o meno “fecondabili” senza parlare di sesso consapevole. è criminale. Come se un discorso serio sui periodi fertili di una donna (e anche di un uomo) possa in qualche modo essere diverso da un discorso serio sulla prevenzione. Per un lungo periodo della mia vita ho dato per scontato molte cose: il mio primo corso di educazione sessuale l’ho fatto alle elementari grazie ad una maestra intelligente e preparata e a dei genitori ancora più intelligenti che non si sono opposti in nessun modo e per nessuna ragione, fedi religiose variegate incluse. Fin dai 9 anni sapevo cosa sarebbe successo nel mio corpo da lì in poi, così come lo sapevano i miei compagni maschietti, fin dalle elementari abbiamo imparato a non stupirci o vergognarci per cicli precoci, involontarie erezioni o masturbazioni. Per me era normale che lo sapessero tutti. Per me era normale che tutti sapessero come si procrea, e non parlo dell’atto pratico in sé, ma proprio di quello che succede, di quando può succedere, di cosa bisogna fare perché succeda o non succeda. Non è così. L’ho scoperto dopo.
Una campagna che promuove in questo modo idiota la procreazione è un atto criminale nei confronti di tante donne e anche di tanti uomini. Punto.

La seconda cosa che mi ha fatto incazzare è questa femminilizzazione totale della comunicazione. Non solo un “fate figli per la patria” ma un “fate figli per la patria, donne, ma fateli per tempo, perché siete merce in scadenza”. Come se la responsabilità biologica della procreazione stesse tutta da una parte, come se un uomo potesse allegramente battersene, perchè gli spermatozoi non scadono mai. Gli unici spermatozoi immortali sono quelli di Charlie Chaplin, dei Rolling Stones e probabilmente quelli di Iggy Pop, gente su cui il ministro dovrebbe promuovere uno studio scientifico approfondito per capire oltre quale livello i comportamenti “scorretti” iniziano a diventare “corretti”. Gli spermatozoi scadono esattamente come gli ovuli, diminuiscono, perdono vigore e a un certo punto si spara a vuoto. Anche gli uomini sono merce in scadenza, ma questo al ministro sembra non importare.

Poi ci sono le questioni femminili: anni e anni di battaglie per non essere considerate macchine sforna-figli e poi in un paio di campagne di comunicazione fatte con il culo (ops, ho scritto comunicazione) torniamo magicamente indietro di 100 anni. Battaglie che si stanno ancora combattendo perché la maternità non sia considerata un handicap, non impedisca l’affermazione individuale, buttate semplicemente nel cesso. Perchè questa comunicazione è criminale. Non si può parlare di maternità (e anche di paternità) senza parlare di società, di come crescere i figli, di come dargli da mangiare, di come farli studiare, di come in tutto questo lo stato in cui vivi debba garantire la tua affermazione come individuo, qualunque essa sia. Fate figli per la patria, donne, che siete merce in scadenza. Poi se noi riuscite a mantenerli facciamo intervenire i servizi sociali, li mettiamo in una bella comunità in attesa di un’adozione che probabilmente non arriverà mai, perché riuscire ad adottare è un percorso ad ostacoli a cui solo pochi eletti sopravvivono. Ma siate feconde, non bevete, non fumate e fate figli, che siete merce in scadenza.
Cara ministro Lorenzin, se oggi, in questo precario mondo in cui si vive, qualcuno fa ancora figli può essere solo per due ragioni: 1) c’hanno avuto culo nella vita e hanno un lavoro stabile, o una famiglia ricca, quindi possono consapevolmente programmare la loro vita familiare; 2) praticano più o meno assiduamente quegli atteggiamenti “scorretti” così bene illustrati nella sua seconda campagna, da sbronzi si distraggono e si ritrovano più o meno incosapevolmente a regalare carne fresca alla Patria. Perché solo con una buona dose di distrazione e di inconsapevolezza e coraggio si può pensare di mettere al mondo un figlio con un lavoro precario da nemmeno 1000 euro al mese, magari senza nonni e sapendo di dover partecipare alla roulette russa degli asili. Ministro Lorenzin, metà dei figli regalati alla Patria negli ultimi anni sono frutto di comportamenti “scorretti”. Se ne faccia una ragione.

E poi c’è altro, c’è troppo altro per poter scrivere tutto. Ma soprattutto c’è la questione del rispetto. Rispetto per le scelte individuali – fare o non fare figli – e rispetto per tutte quelle donne che per motivi fisici, economici o personali non hanno potuto. Perché anche tutta quella merce in scadenza, già scaduta o avariata ha un cuore; perché, come scriveva Aldo Nove, anche “La merce invenduta piange“. E di questo, soprattutto, il ministro dovrebbe vergognarsi.

Di matrimoni, unioni e altre amenità

1406Doveva capitare ed è finalmente capitato. Quando ormai pensavo di aver esaurito gli amici che avrebbero potuto convolare a giuste nozze è passata la legge e siamo ripartiti. Ora secondo me la tornata si riapre, anche se credo che il record di tre matrimoni in un mese non lo batterò mai più.

Però questa volta è stato diverso, perché l’emozione, quella grande, quella del vedere due persone a cui vuoi bene con la felicità, quella vera, negli occhi, beh, quell’emozione è sempre la stessa, ogni volta. Però questa volta, è innegabile, ce n’era una parte in più, ed era quella di sentirsi in una sorta di avanguardia, quella di un atto pubblico che portava il numero 14, quella di una celebrante che ringraziava per la possibilità di aver potuto celebrare la sua prima unione civile.
E c’è stato un sospiro quasi di sollievo, perché finalmente rientra tutto (quasi, cazzo, solo ancora quasi tutto) in una questione di libere scelte: sposarsi, non sposarsi, cazzi individuali insomma.

È poi c’è stata la parte che fa sorridere (o incazzare, ma oggi preferisco sorridere), quella di una legge, di una formula di rito che proprio ci tiene a sottolineare 4 volte in 5 minuti che le persone sono dello stesso sesso. Come se a) non ce ne fossimo accorti, b) sia una cosa importante. E niente, c’è ancora un tantinello di strada da fare, come testimoniavano anche i turisti giapponesi tutti intenti a fotografare.
E poi c’è stata la soddisfazione, quella di vederle uscire mentre passava una suora, e l’orgoglio, quello che alla fine non è neppure giusto che mi appartenga perché posso essere orgogliosa solo per capillarità, per vicinanza.

Ma soprattutto, sopra tutte queste riflessioni che sono solo riflessioni a freddo, riflessioni del dopo, c’è la gioia. La gioia per la loro gioia. E quella sensazione, alla fine, è l’unica che veramente ti rimane nel cuore.
La gioia e la distruzione fisica. Per le 12 ore di festeggiamenti e la festa più epica della storia.
Perché questa è la verità vera: se non siete mai stati a una festa pajette, non sapete proprio che vuol dire festa.

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Che siccome che…

Io di solito le cose sui morti non le scrivo, neppure in questo 2016 che di spunti – bisogna dire – ne ha dati parecchi. L’ho fatto solo una volta, cioè quando è morta Pina Bausch, ormai parecchi anni fa. Però, a volte, ci sono persone che in qualche modo hanno segnato la tua, di […]