Je suis Antigòn

Ci sono, ci sono sempre state, figure che mi ossessionano, che ritornano nel corso degli anni per diversi motivi, per diverse aspirazioni. C’è una figura che non mi abbandona, è quella di Antigone. In passato per me Antigone era un po’ quello che dice Barba, era la figura dell’intellettuale che agisce, che scava a mani nude nella terra sapendo che è un atto inutile, eppure si ostina a farlo. Questa metafora, questa simmetria, mi ispirava. Mi guidava nell’azione.

Eppure Antigone, da tradizione classica è (solo) quella lì che sfida le leggi dello stato, che sfida l’autorità familiare, che non si interroga sulla continuità degli affetti, per ribadire un solo concetto: c’è altro, c’è qualcosa di diverso. Le leggi possono essere sfidate per questo. Si può (e si deve) morire per questo. Esiste una legge di natura, una legge atavica, una legge “sentimentale” che ci autorizza, e ci costringe ad agire contro la norma.

Passano gli anni, e Antigone continua a saltarmi nella mente. Da tantissimo tempo, ormai, non è la metafora dell’Antigone intellettuale di Barba, non è l’Antigone giusta sopra le leggi dello Stato di Sofocle. Antigone, la MIA Antigone, continuerò a essere quella di Jean Anouilh, un’Antigone bambina, idealista e capricciosa come solo i bambini sanno essere. Un’Antigone non disposta a scendere a compromessi per se stessa, prima ancora che per il mondo e gli ideali. Un’Antigone che non accetta ruoli, né il suo né quello delllo zio, Creonte, mai prima di Anouilh così così umano e così vittima lui stesso di un sistema di regole. Antigone per me sarà per sempre questo: un’eterna idealista bambina, una che non vuole comprendere, che non vuole accettare… Mai poi comprendere cosa?

Comprendere… Voi non avete che questa parola, in bocca, tutti, da quando ero piccola. Bisognava comprendere che non si può giocare con l’acqua, l’acqua bella che fugge, fredda, perchè così si bagna il pavimento, e con la terra, perché così ci si sporcano i vestiti. Bisognava comprendere che non si deve mangiare tutto in una volta, dare tutto quello che sia ha in tasca al mendicante che incontri, correre, correre nel vento fino a che non si cade per terra, e bere quandosei accaldato, e fare il bagno quando è troppo presto o troppo tardi, ma non quando se ne ha semplicemente voglia! Comprendere. Sempre comprendere. Io non voglio comprendere. Comprenderò quando sarò vecchia. Se divento vecchia. Non ora.
 
Antigone per me sarà sempre quella che si guarderà intorno e urlerà, finché avrà voce
 
Mi disgustate tutti con la vostra felicità condizionata. Con la vostra vita che bisogna amare ad ogni costo, come dei cani che leccano per strada tutto quello che trovano. E accontentarsi di una piccola fortuna quotidiana, se non si è troppo esigenti. Io voglio tutto, subito, e che sia intero o rifiuto! Non voglio essere modesta, io, e accontentarmi di un pezzettino se sono stata saggia. Voglio essere sicura di tutto oggi. E che sia bello come quando ero bambina, o preferisco morire.
 
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L’Antigone di Anouilh la trovate tradotta (con le chiappe) cliccando qui.

 

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In memoria di una casa

C’è stato un tempo, il tempo di Casa Pajette, in cui tutti si sentivano a casa. Poco importava se tu fossi un viandante, un inquilino, l’amico di un inquilino o qualcuno passato di lì per caso o per una festa. Comunque ti sentivi a casa.

Casa Pajette è stata per anni, per tanti anni, il porto sicuro degli amici, e degli amici degli amici, e degli amici degli amici degli amici (che in questo città significa praticamente di chiunque) che  avevano avuto una giornata no, un periodo no o una vita no. è stata il tetto sulla testa di quelli che erano rimasti senza casa o senza lavoro.

Casa Pajette è stata per tanti anni i rimasugli di tante vite: dalle fotografie alle sciarpe dimenticate, dalla musica ai libri scordati sugli scaffali, frasi scritte, frasi ubriache. Per un periodo è stata anche scritte sui muri. Chiunque tornasse a casa Pajette sapeva che un pezzo di qualcosa di sé era ancora lì, inglobato nelle stanze, riutilizzato, riappropriato, rinato. Ma ancora là. Trucchi in una bustina a ricordare una persona partita e rivista anni dopo, a sorpresa. Tappeti e dipinti sui muri, cd, un bastone alto fino al terzo occhio, appunti di una tesi, appunti di esami mai dati. e ombrelli, infiniti ombrelli.

Casa Pajette è stata una magia durata molti anni. Sono passate da casa Pajette biciclette distrutte, distributori di caramelle, sgabelli da bar. Una casa diroccata eppure CASA, come nessun altro luogo avrebbe potuto essere. Ed è stata CASA per molte persone, persone che l’hanno lasciata – magari senza tornarci – pensando che comunque, nel momento del bisogno, sarebbe bastato suonare il campanello.

La scomparsa di un amico provoca tante conseguenze. Una di queste, inimmaginabile, è stata la fine di Casa Pajette così com’era. I muri certo ci sono, ma gli umori, le energie, gli spiriti non più. La cosa bella di Casa Pajette era che non importava chi ci abitasse, era comunque casa tua.

Lasciare casa Pajette, tre mesi fa, è stata una delle cose più difficili che abbia mai fatto. Soprattutto perché sapevo che non sarei più potuta tornare. Ritrovarla epurata, ieri, è stato brutto. Cancellarne ogni traccia del mio passato, oggi, è stato triste.

Ma quella cosa, quella casa, ha avuto una vita magnifica per molti anni. Le persone sono rimaste, tutte sparse in altri luoghi, alcune sparse in altre città, in altri Paesi. Altre raggruppate in quella che oggi è – a tutti gli effetti – la mia casa. Mi piace ogni tanto pensare che noi tre, noi duri e puri di casa Pajette, abbiamo portato quello spirito con noi, in un luogo in cui chiunque si può sedere a tavola e mangiare, chiacchierare. In un luogo in cui chiunque può lasciare sciarpe e occhiali sapendo di ritrovarli.

Oggi, in quella che è a tutti gli effetti la mia nuova casa, c’è un cavalletto da pittore, ci sono sciarpe e cappelli, ci sono occhiali e ombrelli. Se a qualcuno servono li può prendere, lascerà forse qualche altro pezzo di sé. Ma potrà tornare, se è senza soldi potrà prendere solo un caffè e preparare la tesi ricordando per tutta la vita che l’ha fatto sul nostro tavolo, lasciandoci un biglietto per scriverci che quel posto porta fortuna, se è in Ramadan potrà per tutto il periodo venire senza prendere niente. Ma si sentirà a casa. E quindi, in qualche modo, Casa Pajette c’è ancora, ha solo traslocato di qualche isolato.

Ma oggi, questa sera, salutare così Casa Pajette, è stato di una tristezza infinita. 

Sabato, 15 novembre

Cosa facevo il 13 novembre di due anni fa? A quest’ora, probabilmente, pulivo. Pulivo i rimasugli di un canto a caso dell’Inferno della Divina Commedia, perché due anni fa oggi era giovedì. Il 13 novembre di due anni fa mi preoccupavo per mio zio in ospedale. Forse il 13 novembre di due anni fa conoscevo meglio G., l’uomo che ci ha salvato la vita, ma questo imperdonabilmente non lo ricordo. Il 13 novembre di due anni fa smadonnavo perché uno dei problemi più grandi era lavare i piatti, alla sera.

Cosa facevo il 14 novembre di due anni fa? Il 14 novembre di due anni fa a quest’ora probabilmente piangevo e smadonnavo. Piangevo per mio zio che avevo appena visto in ospedale e che sapevo che no, non ci sarebbe stato più. Smadonnavo per il nostro leit-motiv, i nostri vicini di locale che quella sera, per la prima sera, iniziarono a rompere i coglioni. Il suo ultimo viso. Smadonnavo perché dovevo lavare i piatti, smadonnnavo perché le mie intime regole, e il volume, e i vicini, e i suoi “vaffanculo”. Smadonnavo perché sono una mediatrice, alla fine, e perché lavavo i piatti e cucinavo aperitivi. Smadonnavo. E piangevo.

Cosa facevo il 15 novembre di due anni fa? Alla mattina telefonavo per confermare prenotazioni. La sua ultima voce. La sera cucinavo per incontri su Sarajevo. E smadonnavo perché lavavo i piatti, e mi dicevo che doveva cambiare. E il 15 novembre di due anni fa è cambiato. Tutto.

Il 16 novembre di due anni fa correvo e ridevo. Correvo per tutta quella gente al nostro primo brunch, la mattina. Smadonnavo perché non c’era. Ridevo perché chissà con chi era la sbronza, chissà qual era la donna. Chissà gli amici, chissà le avventure, chissà le zingarate. Chissà. Il 16 novembre di due anni fa io e le mie regole ci dicevamo che però… l’incoscienza. Alle 18 del 16 novembre di due anni fa ci si diceva che sì, la stanchezza, ma una telefonata ci sta. Alle 20 suonavo campanelli, alle 21 smadonnavo, alle 22, dopo un 1/2 di vino la prendevo con filosofia davanti a un piatto di pesce. Alle 23, nella mia stanza, non potevo dormire. 

Nelle prime ore del 17 novembre di due anni fa prendevo coscienza. Nelle ore successive cercavo contatti, sentivo per la prima volta voci diventate poi così fondamentali per me. Nelle ore successive pronunciavo a un citofono parole da film. Nelle ore successive ero protagonista, su un marciapiede, di scene da film. Firmavo carte che solo in un film. 
Nelle ultime ore del 17 novembre sapevo. C’era uno spettacolo di Rezza la sera del 17 novembre di due anni fa. Non l’ho visto.

Il 18 novembre aprivo, poi partivo, poi mi sentivo inutile. Il 19 novembre mi sentivo inutile, poi camminavo, poi tornavo. Decidevo al telefono, su un treno, che lo spettacolo doveva continuare. Mi aspettavano alla stazione gli amici, non sapevo che dire. Ero la protagonista sfigata di un film tragedia di serie B.

Il 20 novembre di due anni fa era un giovedì. A quest’ora, probabilmente, pulivo. Pulivano con me gli amici, quelli che ci hanno aiutato a far sì che lo spettacolo potesse continuare.

Io credo che se sono sopravvissuta, due anni fa, a quella settimana tra il 13 e il 20 novembre, è perché non ero sola. è perché eravamo in due. Che poi non lo so se siamo veramente sopravvissute a questi due anni di ipocriti, medium, assenze e curiosi. Forse siamo morte e siamo rinate. Forse chi ci ha fatto rinascere sono quelli che sono venuti alla stazione, che ci hanno lavato i pavimenti, che ci hanno battuto le mani, che ci hanno accompagnato a battere i negozi e le strade e i bagni municipali, che hanno bevuto un caffè nonostante le nostre facce, che hanno mangiato una torta nonostante il nostro umore. Forse ci hanno fatto rinascere liti e disperazioni. Ci hanno fatto rinascere i debiti, ci hanno fatto rinascere i libri. Perché non ce lo potevamo permettere di morire per troppo tempo… no. C’erano i debiti, e c’erano i libri. E c’erano quelli che ci lavavano il pavimento, e c’erano quelli che bevevano il caffè. E loro un sorriso vero lo meritavano, e noi per loro l’abbiamo trovato. Lo meritavano, meritavano la parte bella di noi.

Oggi, nella notte tra il 13 e il 14 novembre, ho riso e ho pensato, eravamo noi due, poi in tre. Ho brindato in vita e in memoria.
Ho ringraziato. Non so chi, ma ho ringraziato per noi due. Perché non importa se sia una divinità, l’energia delle persone o una divinità creata dall’energia delle persone. Ma siamo in due, e questo è un miracolo.

Oggi, nella notte tra il 13 e il 14 novembre ho smadonnato. Perché va bene tutto ma, poca puttana, un abbraccio. Un solo abbraccio. Questo, solo questo, alla fine, ci manca.

Consapevolezze

Io, nella mia vita, mi sono ubriacata (da star male) solo quattro volte. In rigoroso ordine cronologico;

  • La prima: quando al mio ventienonsocosesimo compleanno ero stata stata scaricata, ero da sola e avevo deciso di farmi molto male. Comunque mi ricordo tutto;
  • La seconda: quando, ormai al limite, ho chiesto una cocacola e mi hanno passato un coca e rum, e io l’ho bevuto come fosse la soluzione ultima a tutti i mali. Comunque mi ricordo tutto;
  • La terza: quando un mio amico mi ha detto che forse era incinto ma non lo sapeva proprio davvero. Comunque mi ricordo tutto;
  • La quarta: quando io ero convinta di avere vent’anni ma il mio fegato non era dello stesso parere. Comunque mi ricordo tutto.

Basta. Ho 37 anni e io e il bere abbiamo un rapporto molto contrastato. Amo sbronzarmi, ma non troppo. Non perdo mai il controllo. Non vi dirò mai “non me lo ricordo”. Non mi giustificherò mai con “avevo bevuto troppo”. Porca troia.
A volte vorrei perdermi nell’oblio. Fare cazzate e non saperlo, con tutto quello che può derivarne. Tirare fuori, urlare fanculi, slacciare reggiseni e dirmi che era perché avevo abbattuto barriere logiche e morali. Non l’ho fatto mai.
Torno a casa, dopo 12 ore di festa, porto fuori il cane e lavo i piatti. Mi lavo pure i piedi perché sennò… Lavo i piatti, li lavo in precario equilibrio, li lavo rompendone magari uno, ma li lavo… perché, sennò…

A volte vorrei perdermi. Totalmente, del tutto. Svegliarmi senza sapere chi sono o chi dorme accanto a me. Svegliarmi guardando le spalle di qualcuno e dicendomi che non ne ho colpa. Ma che è stata una bella serata.
A volte vorrei che davvero quella parte del mio cervello che si rifiuta di cedere si addormentasse in un fiume di vodka (o, nel mio caso, più probabilmente di tequila), a volte vorrei affogarmi di mirto o di sambuca. Niente, il mio naso rimane sempre inesorabilmente fuori. Respira. Dà aria ad ogni parte del cervello.

Appello agli amici, per una di quelle tante sere in cui a un certo punto vi dico ciao: se una di quelle sere mi bucate le ruote della bici; se una di quelle sere mi rubate la batteria del cellulare e mi impedite di chiamare un taxi; se una di quelle sere mi nascondete le scarpe… ecco. Forse non subito. Forse non il giorno dopo. Ma un giorno… un giorno… io vi dirò grazie.

 

 

 

 

 

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Corpi in scadenza

Ora che si è un po’ chetata la polemica sul magico Fertility Day mi sento di dire la mia. è che prima di scrivere faccio il test di Zerocalcare, mi sento in pace con la coscienza e poi me ne frego e scrivo.
Premessa: non ho mai amato gli _ismi, ho sempre compreso, appoggiato ma mai vissuto col cuore le battaglie di genere. Questo non perché non sappia che c’è tantissima strada da fare, ma perché l’idea di sottolineare una differenza per raggiungere un’uguaglianza non mi ha mai convinto del tutto. Secondo me bisognerebbe iniziare a lavorare – e tanto – sul concetto di persona e solo dopo, eventualmente, se ancora necessario, apprezzarne le sfumature. Ma questa è una mia idea, che mi ha portato spesso ad avere discussioni anche accese con molti amici e molte amiche.

Voglio quindi ringraziare il ministro Lorenzin per avermi fatto provare per la prima volta in vita mia un moto di rabbia, ribellione e orgoglio squisitamente femminile. Nella vita c’è sempre da capire qualcosa e io forse oggi capisco qualcosa di più sulle battaglie che non ho combattuto. Quindi grazie.

Non saprei dire cosa di questa storia mi abbia disgustato o fatto incazzare di più… c’è tanta di quella roba stonata, a partire dai dati di realtà fino ad arrivare alle questioni femminili e poi a quelle sociali. Ma forse la prima è questa, ed è una cosa su cui ho scritto e detto già in passato: è giusto, è corretto, è sacrosanto che le persone sappiano come funzionano le cose. è giusto è corretto e sacrosanto che sappiano come funzionano corpi e biologie, ed è questo che si dovrebbe fare, se proprio un discorso sulla fertilità si vuol fare: creare consapevolezza. Ogni altro tipo di comunicazione è semplicemente un atto criminale. Non si può considerare il corpo di una donna come un corpo in scadenza senza considerare tutto quello che ci sta intorno, non si può promuovere la natalità senza spiegare cosa comporta, non si può parlare di  atteggiamenti giusti o sbagliati per quello che concerne l’essere o meno “fecondabili” senza parlare di sesso consapevole. è criminale. Come se un discorso serio sui periodi fertili di una donna (e anche di un uomo) possa in qualche modo essere diverso da un discorso serio sulla prevenzione. Per un lungo periodo della mia vita ho dato per scontato molte cose: il mio primo corso di educazione sessuale l’ho fatto alle elementari grazie ad una maestra intelligente e preparata e a dei genitori ancora più intelligenti che non si sono opposti in nessun modo e per nessuna ragione, fedi religiose variegate incluse. Fin dai 9 anni sapevo cosa sarebbe successo nel mio corpo da lì in poi, così come lo sapevano i miei compagni maschietti, fin dalle elementari abbiamo imparato a non stupirci o vergognarci per cicli precoci, involontarie erezioni o masturbazioni. Per me era normale che lo sapessero tutti. Per me era normale che tutti sapessero come si procrea, e non parlo dell’atto pratico in sé, ma proprio di quello che succede, di quando può succedere, di cosa bisogna fare perché succeda o non succeda. Non è così. L’ho scoperto dopo.
Una campagna che promuove in questo modo idiota la procreazione è un atto criminale nei confronti di tante donne e anche di tanti uomini. Punto.

La seconda cosa che mi ha fatto incazzare è questa femminilizzazione totale della comunicazione. Non solo un “fate figli per la patria” ma un “fate figli per la patria, donne, ma fateli per tempo, perché siete merce in scadenza”. Come se la responsabilità biologica della procreazione stesse tutta da una parte, come se un uomo potesse allegramente battersene, perchè gli spermatozoi non scadono mai. Gli unici spermatozoi immortali sono quelli di Charlie Chaplin, dei Rolling Stones e probabilmente quelli di Iggy Pop, gente su cui il ministro dovrebbe promuovere uno studio scientifico approfondito per capire oltre quale livello i comportamenti “scorretti” iniziano a diventare “corretti”. Gli spermatozoi scadono esattamente come gli ovuli, diminuiscono, perdono vigore e a un certo punto si spara a vuoto. Anche gli uomini sono merce in scadenza, ma questo al ministro sembra non importare.

Poi ci sono le questioni femminili: anni e anni di battaglie per non essere considerate macchine sforna-figli e poi in un paio di campagne di comunicazione fatte con il culo (ops, ho scritto comunicazione) torniamo magicamente indietro di 100 anni. Battaglie che si stanno ancora combattendo perché la maternità non sia considerata un handicap, non impedisca l’affermazione individuale, buttate semplicemente nel cesso. Perchè questa comunicazione è criminale. Non si può parlare di maternità (e anche di paternità) senza parlare di società, di come crescere i figli, di come dargli da mangiare, di come farli studiare, di come in tutto questo lo stato in cui vivi debba garantire la tua affermazione come individuo, qualunque essa sia. Fate figli per la patria, donne, che siete merce in scadenza. Poi se noi riuscite a mantenerli facciamo intervenire i servizi sociali, li mettiamo in una bella comunità in attesa di un’adozione che probabilmente non arriverà mai, perché riuscire ad adottare è un percorso ad ostacoli a cui solo pochi eletti sopravvivono. Ma siate feconde, non bevete, non fumate e fate figli, che siete merce in scadenza.
Cara ministro Lorenzin, se oggi, in questo precario mondo in cui si vive, qualcuno fa ancora figli può essere solo per due ragioni: 1) c’hanno avuto culo nella vita e hanno un lavoro stabile, o una famiglia ricca, quindi possono consapevolmente programmare la loro vita familiare; 2) praticano più o meno assiduamente quegli atteggiamenti “scorretti” così bene illustrati nella sua seconda campagna, da sbronzi si distraggono e si ritrovano più o meno incosapevolmente a regalare carne fresca alla Patria. Perché solo con una buona dose di distrazione e di inconsapevolezza e coraggio si può pensare di mettere al mondo un figlio con un lavoro precario da nemmeno 1000 euro al mese, magari senza nonni e sapendo di dover partecipare alla roulette russa degli asili. Ministro Lorenzin, metà dei figli regalati alla Patria negli ultimi anni sono frutto di comportamenti “scorretti”. Se ne faccia una ragione.

E poi c’è altro, c’è troppo altro per poter scrivere tutto. Ma soprattutto c’è la questione del rispetto. Rispetto per le scelte individuali – fare o non fare figli – e rispetto per tutte quelle donne che per motivi fisici, economici o personali non hanno potuto. Perché anche tutta quella merce in scadenza, già scaduta o avariata ha un cuore; perché, come scriveva Aldo Nove, anche “La merce invenduta piange“. E di questo, soprattutto, il ministro dovrebbe vergognarsi.