25 gennaio 2010
 Richi Ferrero | Luce Nera
E’ iniziata.
Questa nuova vita in cui non si sa bene da che parte cominciare è iniziata. Venerdì 22 gennaio 2010 sono uscita dall’ufficio alle 3. Sarà così per molti altri giorni ancora. Sono andata in università dal carobuonvecchio ex relatore. Dopo più di un anno abbiamo iniziato a tirare le fila di un articolo rimasto nel cassetto per troppo tempo. Abbiamo parlato di politica e rivoluzioni mancate, di artisti torinesi che espongono, di teatro (ovviamente), di possibilità. Di resistere. In qualche modo. Di resistere a questo periodo qua. Abbiamo parlato di idee da farsi venire e da sperimentare.
A me – come sempre quando passo un pomeriggio nel salotto-ricevimento del carobuonvecchio R. – si è riempito il cervello di pensieri, di idee. Piccoli stralci di illuminazioni hanno cominciato a fluire. Ho preso appunti. Libri consigliati, artisti che espongono, cose da fare, possibilità per la scena. Appunti su una moleskine in letargo da secoli. Una volta i miei quadernetti erano la condensazione di tutte le idee sparse che frullavano. Ora non trovo più date, frasi di libri, descrizioni di scene incrociate per strada. Il carobuonvecchio R. ha questa qualità immensa qui. Ti fa venir voglia di appuntare lampadine che si accendono.
E così, venerdì scorso, nel mio primo giorno di part-time, sono rimasta in università fino alle 17.10. Alle 17.30 ero a casa dopo una sbiciclettata fatta di respiri profondi. Alle 17.45 avevo già aperto il file con l’articolo, l’avevo riletto, avevo segnato le parti da modificare. Alle 18.00 avevo aperto la tesi, ne avevo scelto un estratto e stavo pensando a come correggerlo per mandarlo a quella rivista on-line lì che me l’ha chiesto più di un anno fa.
Fino al giorno prima a quell’ora ero ancora in ufficio, stanca morta e anche un po’ annoiata. Non vedevo l’ora di arrivare a casa da un lato, non volevo tornarci dall’altro. Perché a volte ti angoscia un po’ l’idea di passare da un luogo chiuso a un altro luogo chiuso senza soluzione di continuità e pensando solo alla lavatrice da fare, alla cena da cucinare o alla serata da organizzare.
Ecco. Perché due ore al giorno (che poi diventano 3 con la pausa pranzo che non c’è più) possono sembrare poche. Ma in realtà fanno tutta la differenza del mondo. E così, oggi, per la prima volta, mi sono messa a fare ricerche sulla prossima cosa su cui lavorare. E ho individuato un paio di cose. E ho preso appunti sulle quello che c’è da scrivere. E ho riordinato le idee sugli spettacoli da fare.
Insomma… si respira di nuovo, finalmente.
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L’immagine arriva da qui ed è un’opera di questo artista qui. Purtroppo la mostra è finita sabato… ma se vi dovesse capitare di incrociarlo, ve lo consiglio.
Comunque, per completezza d’informazione:
Richi Ferrero | Luce Nera
Gas / Gagliardi Art System gallery – Corso Vittorio Emanuele II 90, Torino
Tel +39 011 19700031 | gallery@gasart.it | http://www.gasart.it/
20 gennaio 2010
Mi sveglio di lunedì mattina ben prima dell’alba per completare una filmografia sul Risorgimento. Sono radioattiva. Ieri a pranzo ho mangiato buonissima Bagna Cauda. Il mio stomaco me lo ricorda. La fiatella non mi abbandona. Sospetto di sudare aglio. La digestione non è ancora stata completata.
Butto giù una lista di film (che poi – per inciso – è sorprendente scoprire quanto pochi siano i film italiani girati sul Risorgimento). Penso al film di Martone che uscirà, Noi credevamo, su un gruppo di giovani mazziniani. Che già il titolo la dice lunga. Mi deprimo un po’ pensando alla riabilitazione di Bettino e alla situazione politica in generale. Sospetto che l’agliazza abbia a che fare con la mia depressione.
Ormai sono le 7.15. Scrivo nella mia mente la mail da inviare a Martone per chiedergli lumi sull’uscita del film. Apro gmail.
E la trovo lì. La newsletter del Partito dell’Alternativa Monarchica. Ora. Io non so come questi signori abbiano recuperato il mio indirizzo personalissimo di posta elettronica (non quello che lascio in giro per il web, per intenderci). Non so quale simpaticissimo possessore dei miei dati personali abbia avuto il buon gusto di comunicarglielo.
Loro, del resto, ci tengono a precisare che
Il presente messaggio costituisce comunicazione politica e sociale e, pertanto, non rientra tra le categorie di e-mail che necessitano del preventivo consenso del destinatario secondo il Codice della Privacy (Decreto Legislativo 196/2003)
Il presente messaggio costituisce comunicazione politica e sociale e, pertanto, non rientra tra le categorie di e-mail che necessitano del preventivo consenso del destinatario secondo il Codice della Privacy (Decreto Legislativo 196/2003)
Sono fortemente contrariata. Leggo la newsletter. Più che altro bassa demagogia e un po’ di cazzate. Gli scrivo una mail secca in cui richiedo che il mio nominativo venga immediatamente cancellato da qualsiasi cosa abbia anche solo il sentore di vagamente antirepubblicano.
E’ lunedì mattina. Sono le 7.30. Ho il corpo radioattivo. Sono sveglia da almeno 3 ore. Ne ho dormite altrettante. Penso che “Noi credevamo….” e invece! E hanno appena inserito il mio nominativo nelle liste del partito monarchico.
Io spero solo una cosa. Spero che il mio afrore squisitamente sabaudo giunga fino a loro via web a ricordare il profumo rancido degli anni passati.
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Questo post è stato abbozzato lunedì e pubblicato solo oggi causa vita lavorativa e sociale troppo intensa. L’odore d’aglio è quasi completamente svanito.
La foto arriva da qui
9 gennaio 2010
Ormai vivo in questa casa da (quanto?) tre anni circa. In questo periodo sono cambiati un paio di coinquilini e – a poco a poco – si è andata a configurare una strana e bizzarra entità che – come un blob – è cresciuta sempre di più fino a tutto comprendere e tutto travolgere: la Family. Passati nell’arco di tre anni dal dire “la mia (o il mio) coinquilina(o)” a “la coinquilinanza”, si è ora approdati (ormai il proceso – durato qualche mese – è giunto a compimento) alla definizione di Family. O Famigghia.
Attualmente la Family, come ogni buona famiglia che si rispetti, consta di elementi che ne costituiscono il nucleo e di espansioni. Parenty più o meno stretti, insomma. La prima regola di base è ovviamente che gli amici di un membro della Family sono amici della Family al completo, e godono quindi delle attenzioni, delle cure e dell’accoglienza necessari.
Come in una setta segreta (sì, siamo bizzarri…) ognuno di noi ha una sorta di nome in codice (i meno fantasiosi lo chiamano soprannome… tsè…). Io preferisco vederlo come un nome di battaglia conquistato sul campo. La giusta successione di suoni ottenuti a seguito di un lungo penare e del finale approdo liberatorio alla famigghia. Aila, Uzzi, Cricro, Robbino e la Zozza. All’appello.
La seconda regola di base è che la Family è colossalmente presente ma mai invasiva. Le singole vite scorrono autonomamente, il più delle volte incrociandosi in cucina. E scorrono tra alti e bassi più o meno alti e più o meno bassi. L’unica certezza nel moto ondivago è che, tornando a casa, la Family c’è.
Ma come si è configurato questo gruppo abnorme di persone bizzarre? Un po’ per caso, un po’ per destino, un po’ per scambio energie. Un po’ (non si può tralasciare l’elemento fondamentale) grazie alla cucina. Spazio alquanto angusto, senza porta e praticamente senza mobili, la cucina ti porta a stare vicino. Il processo definitivo di trasformazione in Family è cominciato da qui. Dalla prima cena di coinquilinanza con il tavolo girato. Da allora girare il tavolo è diventata espressione di comunanza, una sorta di rito. Come tutti i riti non viene ripetuto troppo spesso, e questo ne decreta l’importanza. Sempre la cucina è diventata espressione di ggioia familyare quando si è deciso di tinteggiarla in viola, arancione e giallo. Nella cucina la Family ha trovato il suo primo punto di forza, l’elemento base di ogni comunione: il cibo. E il vino buono.
Come in ogni famiglia che si rispetti, ognuno di noi ha le sue caratteristiche (quelle del genere “Ti ricordi quant’era strambo zio Arnaldo che faceva…”). Per i posteri ricorderemo sempre zio Robbino, quello che alle quattro di mattina lo trovavi con gli occhi a fessuretta e le chiappe (solo mutandate) fuori dal frigo. Ricorderemo Uzzi come la zia sempre gioiosa e super altruista che non diceva le parolacce, spingendosi al massimo fino a un “minchiuzzi”. Ricorderemo Cricro, la zia vulcanica, quella che tira fuori un sorriso da una giornata si scazzo cosmico. E ricorderemo la nipotina Zozza come mascotte battagliera della Famigghia. Ventunenne super adattatasi in una casa di trentenni, la nipotina Zozza ci ricorda di quando eravamo ggiovani e utopisti.
Ma cos’è la Family? Come emerge questo spirito di solidale, affettuosa e goliardica comunanza? Eh… non è semplice da dire. Viene fuori quando si sta tutti nello stesso letto a guardare Pomi d’ottone e manici di scopa, o quando si va al mercato a fare la spesa tutti insieme. Quando trovi nel frigo una super confezione di latte comprata solo perchè sopra c’era scritto “Pacco Family”. Lo sai quando torni a casa depresso e ti ritrovi alle tre di mattina a non riuscire a respirare dal ridere, o quando qualcuno ti porta in ufficio il pranzo che avevi scordato in cucina. O ancora la domenica, quando torni da una traumatica giornata in famiglia, e arrivando a casa trovi la Family. E tutto va meglio.
Ed è così che la vita scorre serena. Tra notti insonni attorno a un tavolo, feste storiche e cene a tu per tu. La Family non manca mai, anche quando fisicamente non c’è.
E ci verrebbe proprio da dire: “Minchiuzzi… altro che Friends!”
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Un po'(st) a caso- A volte il mondo è un brutto posto: Dopo lo slancio affettivo nei confronti del mondo di qualche post fa, gli avvenimenti degli ultimi giorni danno da pensare.
Venerdì notte la mia coinquilina tornava con altre amiche e un amico da una serata di divertissement. Mentre andavano a pre...
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