11 marzo 2010
 Perla Peragallo
Uno dei pochi momenti ancora non troppo travolgenti (e sconvolgenti) della mia settimana continua a essere il salotto del carobuonvecchio R, di cui si è parlato più volte.
Sembra velleitario, forse, in questo periodo di bagarre politica, di crisi democratica, di prepotenza legalizzata, parlare dei salotti del carobuonvecchio R. come di qualcosa che ti dia la dimensione del vivere civile.
Si parla “solo” di teatro, infondo. Ma, infondo infondo, non è così (quando si parla di teatro non si parla mai solo di teatro). E infondo infondo infondo non è neppur vero che all’atto pratico si parli solamente di teatro.
Andare nel suo universitariamente cadente e fumoso ufficio, tra pc del 15 – 18, locandine di spettacoli, tesi di laurea, libri in inglese, dà quasi l’idea di entrare nell’antro della pizia, o almeno in quello che descriveva Dürrenmatt *. Si trascorrono ore intere parlando di Carmelo, Perla, Bob, Richard, Thaddeus (nda. Bene, Peragallo, Wilson, Sheckner, Kantor) – ché li conosce tutti – e si sta tutti un po’ lì affascinati, come quando il nonno ti raccontava di quando faceva il Partigiano. E poi si parla del teatro oggi, di quello spettacolo lì che hanno visto in 5 ma era stupendo, del senso che ha fare teatro, fare arte… ma ce l’ha ancora? Si parla di cinema, si parla di letteratura. Ci si sente sempre molto profondamente ignoranti e si torna a casa ogni volta con un elenco di cose da leggere e da vedere che non ti basterebbe una vita per riuscire a farlo.
E si parla di politica, del lavoro che non si trova, di come si è ridotta l’università. Lui ti ascolta, ascolta le tue amarezze, le condivide, ti dice di tenere duro. E poi, con quell’ottimismo velato di saggezza, ti dice che lui ci crede ancora. In genere. Ci crede ancora nel teatro. Ci crede ancora che ci siano dei magnifici sprazzi d’arte. Ci crede ancora nell’insegnamento. Ci crede ancora che tutto questo delirio italiano prima o poi finirà. Ti dice che in un modo o nell’altro deve finire, che bisogna stare pronti per intervenire quando sarà il momento. Ora sarebbe facile mollare – ti dice – ma chi resiste ora dopo può cambiare le cose.
Ecco. Io aspetto il ricevimento del venerdì come quando aspetti la cena dopo una giornata di corsa e digiuno. Aspetto il venerdì perché so che andrò lì e percepirò, in qualche modo, che quello che vorrei scrivere, fare, dire, un senso ce l’ha. Ma non in sé, non quel senso che hanno le cose per i fatti loro. Ha un senso oggi, in questo periodo qui. Vado lì perché incontro un bel po’ di gente che come me va lì e che ancora ci crede. Che ancora ci prova. Che ci prova senza soldi, senza sonno, con infinita fatica. Ma ancora ci prova e ancora non si è fatta abbattere dagli accadimenti.
Ché è facile lasciarsi abbattere in questo periodo qui.
E così quel senso di rassegnazione che ti inghiotte quando ti accorgi che nulla più ti tutela o ti sostiene (nemmeno lo Stato, nemmeno la Legge), o quando ti sembra di rimbalzare contro i muri o di urlare nel deserto, lì un po’ scompare. Si sfuma. Diventa voglia di fare. E scusate se è poco.
La brutta notizia è che il carobuonvecchio R. se ne andrà in pensione.
La bruttissima notizia è che per disguidi burocratici non potrà neppure tenere il suo ultimo corso (propongo decretino legge interpretativo – decretino… che straordinarie sfumature può avere talvolta l’italiano).
La buona notizia è che non molla.
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*Giorgio Gaber, Qualcuno era comunista: «Qualcuno era comunista perche la Rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente»
** Friedrich Dürrenmatt, La morte della Pizia, Adelphi. È un racconto stupendo che trovate anche (insieme ad altri racconti stupendi) in Friedrich Dürrenmatt, Racconti, Feltrinelli.
La fotografia di Perla Peragallo arriva di qui.
8 marzo 2010
Sono state giornate furibonde.
Con atti d’amore e senza calma di vento, per dirla tutta.
“Ho avuto momenti migliori” dicevo alla Cri. “beh, ma anche peggiori” ha risposto lei. No, forse peggiori ancora no. Ma alla fine, come succede sempre, con il senno del poi ci si accorgerà che se non è tutto oro quel che luccica, probabilmente non è nemmeno tutta merda quella che puzza.
Sono stati giorni di turbini di pensieri. Alcuni troppo personali per dirli qui, o per dirli e basta. Altri sono pensieri che ti accompagnano nei momenti più inaspettati, come quando cammini sotto la pioggia con Norah Jones nelle orecchie mentre rifletti su quanto sia strano il lavoro di quei fattorini che trasportano ogni giorno, probabilmente con la stessa indifferenza, sospiri di rassegnazione e sospiri di sollievo.
Riflettevo. Riflettevo con Uzzi, e non solo con lei, sul fatto che l’essere umano è proprio una bestia dalle risorse infinite. Risorse che non credi sia nemmeno possibile raccogliere se ci pensi in un momento di calma apparente. Eppure, alla fine, ti ritrovi intorno a un tavolo, in bilico tra famiglie ereditate e famiglie conquistate, ad ascoltare musica mischiando lacrime a risate. Con quell’ovosodo che luchettianamente parlando non va né su né giù. Ma ci si convive un po’ tutti, infondo.
E si pensa un po’ alla gente intorno. A quello che accadrà. A un biglietto tra le pagine di Persepolis con uno spettacolo da guardare. Si pensa al peggio, si spera nel meglio, si confida nel meno peggio.
Sono momenti di esami di coscienza e di promesse che non mi voglio fare per evitare di non mantenerle.
Non è facile mai. Ma in alcuni momenti un po’ di più.
E mi guardo intorno e mi ritrovo circondata da donne tutte diversamente forti e tutte diversamente deboli. E penso che alla fine abbiamo proprio due palle così.
E così oggi forse mi comprerò una mimosa, per darmi una pacca sulla spalla. E forse la comprerò anche alla mia mamma, a Uzzi, a Cri, alla Zozza. Sì, forse la comprerò anche al mio papà.
Perché sta arrivando la primavera, e quello della mimosa è proprio un buon profumo.
25 gennaio 2010
 Richi Ferrero | Luce Nera
E’ iniziata.
Questa nuova vita in cui non si sa bene da che parte cominciare è iniziata. Venerdì 22 gennaio 2010 sono uscita dall’ufficio alle 3. Sarà così per molti altri giorni ancora. Sono andata in università dal carobuonvecchio ex relatore. Dopo più di un anno abbiamo iniziato a tirare le fila di un articolo rimasto nel cassetto per troppo tempo. Abbiamo parlato di politica e rivoluzioni mancate, di artisti torinesi che espongono, di teatro (ovviamente), di possibilità. Di resistere. In qualche modo. Di resistere a questo periodo qua. Abbiamo parlato di idee da farsi venire e da sperimentare.
A me – come sempre quando passo un pomeriggio nel salotto-ricevimento del carobuonvecchio R. – si è riempito il cervello di pensieri, di idee. Piccoli stralci di illuminazioni hanno cominciato a fluire. Ho preso appunti. Libri consigliati, artisti che espongono, cose da fare, possibilità per la scena. Appunti su una moleskine in letargo da secoli. Una volta i miei quadernetti erano la condensazione di tutte le idee sparse che frullavano. Ora non trovo più date, frasi di libri, descrizioni di scene incrociate per strada. Il carobuonvecchio R. ha questa qualità immensa qui. Ti fa venir voglia di appuntare lampadine che si accendono.
E così, venerdì scorso, nel mio primo giorno di part-time, sono rimasta in università fino alle 17.10. Alle 17.30 ero a casa dopo una sbiciclettata fatta di respiri profondi. Alle 17.45 avevo già aperto il file con l’articolo, l’avevo riletto, avevo segnato le parti da modificare. Alle 18.00 avevo aperto la tesi, ne avevo scelto un estratto e stavo pensando a come correggerlo per mandarlo a quella rivista on-line lì che me l’ha chiesto più di un anno fa.
Fino al giorno prima a quell’ora ero ancora in ufficio, stanca morta e anche un po’ annoiata. Non vedevo l’ora di arrivare a casa da un lato, non volevo tornarci dall’altro. Perché a volte ti angoscia un po’ l’idea di passare da un luogo chiuso a un altro luogo chiuso senza soluzione di continuità e pensando solo alla lavatrice da fare, alla cena da cucinare o alla serata da organizzare.
Ecco. Perché due ore al giorno (che poi diventano 3 con la pausa pranzo che non c’è più) possono sembrare poche. Ma in realtà fanno tutta la differenza del mondo. E così, oggi, per la prima volta, mi sono messa a fare ricerche sulla prossima cosa su cui lavorare. E ho individuato un paio di cose. E ho preso appunti sulle quello che c’è da scrivere. E ho riordinato le idee sugli spettacoli da fare.
Insomma… si respira di nuovo, finalmente.
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L’immagine arriva da qui ed è un’opera di questo artista qui. Purtroppo la mostra è finita sabato… ma se vi dovesse capitare di incrociarlo, ve lo consiglio.
Comunque, per completezza d’informazione:
Richi Ferrero | Luce Nera
Gas / Gagliardi Art System gallery – Corso Vittorio Emanuele II 90, Torino
Tel +39 011 19700031 | gallery@gasart.it | http://www.gasart.it/
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Un po'(st) a caso- Pubblicità progresso: Ecco, non lo faccio quasi mai, ma questo è proprio da linkare!
Generatore automatico di proclami di Berlusconi, da Metilparaben.
Buon divertimento!
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Qui i commenti si son sprecati...