Del potere di uno sconosciuto che legge

peanuts-lucy-schroederIn questi tre anni è stato faticoso scrivere su questo blog. è che a volte, proprio quando uno avrebbe tante cose da dire, non trova le parole adatte.

Di esperienze personali era difficile scrivere, di politica era ed è impossibile scrivere. Vengono già dette e scritte troppe parole aberranti su qualsiasi argomento. Accadono ogni giorno cose aberranti. Pensare di scriverci sopra qualche altra parola, anche solo pensarci, ti dà la dimensione dell’inutilità.

Poi ti torna la voglia di scrivere per cose belle.

Oggi ho postato su Facebook una foto. Sono tre ragazzi, clienti del locale, che vengono qui da un po’ di tempo. Sono tre ragazzi giovani, avranno 17/18 anni. Vengono e si fermano qualche ora, si siedono sui divani e leggono. Ognuno legge il suo libro. Rimangono lì un po’, ogni tanto si alzano, escono fuori, fanno due chiacchiere poi tornano a leggere. Sono belli. Sono belli da guardare. Ho pubblicato la foto su FB scrivendo qualche parola in proposito. Una signora mi ha risposto sotto “allora c’è ancora speranza”. Ho capito che era per quello che li trovavo così belli, e le ho risposto di sì, che qui ne avevamo le prove.

Perché è spesso molto faticoso – fisicamente faticoso – fare questo lavoro. Spesso uno è preso da talmente tanti casini da risolvere e dalla routine quotidiana da non riuscire a guardarsi intorno e a comprendere la magia. Perché a volte, quando hai un barlume di lucidità, vedi delle scene che si avvicinano molto al concetto di utopia.

Ho passato gli ultimi giorni con una grande amarezza nel cuore. Guardo da lontano quello che succede a Roma, in una zona che ho frequentato così tanto e che conosco così bene, e rimango senza parole. Leggo insulti urlati, leggo assenza di umanità e penso, come scrive Gilioli, che ho perso pure la speranza.

Poi oggi questi tre ragazzi che leggono mi hanno fatto alzare gli occhi e guardarmi intorno. Guardo quei tavoli in cui si siedono italiani, israeliani, arabi, rom, turchi, sloveni, bosniaci, albanesi, centro e sudafricani e chissà chi altro scambiandosi quotidianamente piccole gentilezze da bar: “ti è caduta la sciarpa”, “vuoi stare vicino alla presa della corrente?” e via così.

Guardo la pacatezza, ci dicono tutti che entrare qui dentro è come trasportarsi in una bolla di calma, anche quando intorno c’è il delirio di bambini che giocano o sfogliano un libro. Perché c’è la pacatezza, ed è quella che ti solleva il cuore. Credo sia tutto merito di queste pareti di libri. A quanto pare i libri hanno un potere magico anche se non li leggi. Hanno un potere magico di per sé. Un paio di settimane fa sono entrati qui una ventina di bambini di un’estate ragazzi per farsi raccontare una storia mangiando un gelato. I loro animatori ci hanno detto che non li avevano mai visti spegnere così “in automatico” l’interruttore del chiasso. Perché devono essere i libri che in qualche modo sconosciuto ti incutono una forma di rispetto, di attenzione.

Guardo bambini parlare con gli anziani, diciottenni sedersi di fronte a novantenni. Guardo i genitori insegnare ai bambini il rispetto per le pagine, per le persone, per le cose. Guardo una coppia che sta insieme da 40 anni discutere ogni mattina animatamente degli argomenti più disparati sfogliando il giornale. 

Guardo gli artisti che passano di qui, loro che sono diventati amici, sostenitori, solidali. Loro che ci scelgono, anche se non li facciamo diventare ricchi, perché noi e loro evidentemente abbiamo qualcosa in comune da dire.

Guardo tutto questo, in questa giornata di agosto ancora vuota che mi dà il tempo di scrivere, e ci vedo bellezza.

Io non lo so in che modo agire nel mondo, io non lo so come farla diventare una cosa utile tutta questa amarezza. So però che il mondo riesce ad agire qui dentro ritagliandosi uno spazio di umanità.
So che una volta ha provato ad entrate qui un gruppo di idioti a chiederci con strafottenza perché non avevamo il Mein Kampf. So che gli abbiamo risposto con calma, che si sono guardati intorno e che hanno visto gli occhi degli altri. So che non ci hanno mai più provato a tornare.

E quindi signora, sì, c’è speranza. Io ne ho le prove. Anche se in realtà non me ne accorgo. Anche se ci sono voluti tre ragazzi che non hanno fatto nient’altro che leggere un libro, per farmelo vedere.

Je suis Antigòn

Ci sono, ci sono sempre state, figure che mi ossessionano, che ritornano nel corso degli anni per diversi motivi, per diverse aspirazioni. C’è una figura che non mi abbandona, è quella di Antigone. In passato per me Antigone era un po’ quello che dice Barba, era la figura dell’intellettuale che agisce, che scava a mani nude nella terra sapendo che è un atto inutile, eppure si ostina a farlo. Questa metafora, questa simmetria, mi ispirava. Mi guidava nell’azione.

Eppure Antigone, da tradizione classica è (solo) quella lì che sfida le leggi dello stato, che sfida l’autorità familiare, che non si interroga sulla continuità degli affetti, per ribadire un solo concetto: c’è altro, c’è qualcosa di diverso. Le leggi possono essere sfidate per questo. Si può (e si deve) morire per questo. Esiste una legge di natura, una legge atavica, una legge “sentimentale” che ci autorizza, e ci costringe ad agire contro la norma.

Passano gli anni, e Antigone continua a saltarmi nella mente. Da tantissimo tempo, ormai, non è la metafora dell’Antigone intellettuale di Barba, non è l’Antigone giusta sopra le leggi dello Stato di Sofocle. Antigone, la MIA Antigone, continuerò a essere quella di Jean Anouilh, un’Antigone bambina, idealista e capricciosa come solo i bambini sanno essere. Un’Antigone non disposta a scendere a compromessi per se stessa, prima ancora che per il mondo e gli ideali. Un’Antigone che non accetta ruoli, né il suo né quello delllo zio, Creonte, mai prima di Anouilh così così umano e così vittima lui stesso di un sistema di regole. Antigone per me sarà per sempre questo: un’eterna idealista bambina, una che non vuole comprendere, che non vuole accettare… Mai poi comprendere cosa?

Comprendere… Voi non avete che questa parola, in bocca, tutti, da quando ero piccola. Bisognava comprendere che non si può giocare con l’acqua, l’acqua bella che fugge, fredda, perchè così si bagna il pavimento, e con la terra, perché così ci si sporcano i vestiti. Bisognava comprendere che non si deve mangiare tutto in una volta, dare tutto quello che sia ha in tasca al mendicante che incontri, correre, correre nel vento fino a che non si cade per terra, e bere quandosei accaldato, e fare il bagno quando è troppo presto o troppo tardi, ma non quando se ne ha semplicemente voglia! Comprendere. Sempre comprendere. Io non voglio comprendere. Comprenderò quando sarò vecchia. Se divento vecchia. Non ora.
 
Antigone per me sarà sempre quella che si guarderà intorno e urlerà, finché avrà voce
 
Mi disgustate tutti con la vostra felicità condizionata. Con la vostra vita che bisogna amare ad ogni costo, come dei cani che leccano per strada tutto quello che trovano. E accontentarsi di una piccola fortuna quotidiana, se non si è troppo esigenti. Io voglio tutto, subito, e che sia intero o rifiuto! Non voglio essere modesta, io, e accontentarmi di un pezzettino se sono stata saggia. Voglio essere sicura di tutto oggi. E che sia bello come quando ero bambina, o preferisco morire.
 
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L’Antigone di Anouilh la trovate tradotta (con le chiappe) cliccando qui.

 

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In memoria di una casa

C’è stato un tempo, il tempo di Casa Pajette, in cui tutti si sentivano a casa. Poco importava se tu fossi un viandante, un inquilino, l’amico di un inquilino o qualcuno passato di lì per caso o per una festa. Comunque ti sentivi a casa.

Casa Pajette è stata per anni, per tanti anni, il porto sicuro degli amici, e degli amici degli amici, e degli amici degli amici degli amici (che in questo città significa praticamente di chiunque) che  avevano avuto una giornata no, un periodo no o una vita no. è stata il tetto sulla testa di quelli che erano rimasti senza casa o senza lavoro.

Casa Pajette è stata per tanti anni i rimasugli di tante vite: dalle fotografie alle sciarpe dimenticate, dalla musica ai libri scordati sugli scaffali, frasi scritte, frasi ubriache. Per un periodo è stata anche scritte sui muri. Chiunque tornasse a casa Pajette sapeva che un pezzo di qualcosa di sé era ancora lì, inglobato nelle stanze, riutilizzato, riappropriato, rinato. Ma ancora là. Trucchi in una bustina a ricordare una persona partita e rivista anni dopo, a sorpresa. Tappeti e dipinti sui muri, cd, un bastone alto fino al terzo occhio, appunti di una tesi, appunti di esami mai dati. e ombrelli, infiniti ombrelli.

Casa Pajette è stata una magia durata molti anni. Sono passate da casa Pajette biciclette distrutte, distributori di caramelle, sgabelli da bar. Una casa diroccata eppure CASA, come nessun altro luogo avrebbe potuto essere. Ed è stata CASA per molte persone, persone che l’hanno lasciata – magari senza tornarci – pensando che comunque, nel momento del bisogno, sarebbe bastato suonare il campanello.

La scomparsa di un amico provoca tante conseguenze. Una di queste, inimmaginabile, è stata la fine di Casa Pajette così com’era. I muri certo ci sono, ma gli umori, le energie, gli spiriti non più. La cosa bella di Casa Pajette era che non importava chi ci abitasse, era comunque casa tua.

Lasciare casa Pajette, tre mesi fa, è stata una delle cose più difficili che abbia mai fatto. Soprattutto perché sapevo che non sarei più potuta tornare. Ritrovarla epurata, ieri, è stato brutto. Cancellarne ogni traccia del mio passato, oggi, è stato triste.

Ma quella cosa, quella casa, ha avuto una vita magnifica per molti anni. Le persone sono rimaste, tutte sparse in altri luoghi, alcune sparse in altre città, in altri Paesi. Altre raggruppate in quella che oggi è – a tutti gli effetti – la mia casa. Mi piace ogni tanto pensare che noi tre, noi duri e puri di casa Pajette, abbiamo portato quello spirito con noi, in un luogo in cui chiunque si può sedere a tavola e mangiare, chiacchierare. In un luogo in cui chiunque può lasciare sciarpe e occhiali sapendo di ritrovarli.

Oggi, in quella che è a tutti gli effetti la mia nuova casa, c’è un cavalletto da pittore, ci sono sciarpe e cappelli, ci sono occhiali e ombrelli. Se a qualcuno servono li può prendere, lascerà forse qualche altro pezzo di sé. Ma potrà tornare, se è senza soldi potrà prendere solo un caffè e preparare la tesi ricordando per tutta la vita che l’ha fatto sul nostro tavolo, lasciandoci un biglietto per scriverci che quel posto porta fortuna, se è in Ramadan potrà per tutto il periodo venire senza prendere niente. Ma si sentirà a casa. E quindi, in qualche modo, Casa Pajette c’è ancora, ha solo traslocato di qualche isolato.

Ma oggi, questa sera, salutare così Casa Pajette, è stato di una tristezza infinita. 

Sabato, 15 novembre

Cosa facevo il 13 novembre di due anni fa? A quest’ora, probabilmente, pulivo. Pulivo i rimasugli di un canto a caso dell’Inferno della Divina Commedia, perché due anni fa oggi era giovedì. Il 13 novembre di due anni fa mi preoccupavo per mio zio in ospedale. Forse il 13 novembre di due anni fa conoscevo meglio G., l’uomo che ci ha salvato la vita, ma questo imperdonabilmente non lo ricordo. Il 13 novembre di due anni fa smadonnavo perché uno dei problemi più grandi era lavare i piatti, alla sera.

Cosa facevo il 14 novembre di due anni fa? Il 14 novembre di due anni fa a quest’ora probabilmente piangevo e smadonnavo. Piangevo per mio zio che avevo appena visto in ospedale e che sapevo che no, non ci sarebbe stato più. Smadonnavo per il nostro leit-motiv, i nostri vicini di locale che quella sera, per la prima sera, iniziarono a rompere i coglioni. Il suo ultimo viso. Smadonnavo perché dovevo lavare i piatti, smadonnnavo perché le mie intime regole, e il volume, e i vicini, e i suoi “vaffanculo”. Smadonnavo perché sono una mediatrice, alla fine, e perché lavavo i piatti e cucinavo aperitivi. Smadonnavo. E piangevo.

Cosa facevo il 15 novembre di due anni fa? Alla mattina telefonavo per confermare prenotazioni. La sua ultima voce. La sera cucinavo per incontri su Sarajevo. E smadonnavo perché lavavo i piatti, e mi dicevo che doveva cambiare. E il 15 novembre di due anni fa è cambiato. Tutto.

Il 16 novembre di due anni fa correvo e ridevo. Correvo per tutta quella gente al nostro primo brunch, la mattina. Smadonnavo perché non c’era. Ridevo perché chissà con chi era la sbronza, chissà qual era la donna. Chissà gli amici, chissà le avventure, chissà le zingarate. Chissà. Il 16 novembre di due anni fa io e le mie regole ci dicevamo che però… l’incoscienza. Alle 18 del 16 novembre di due anni fa ci si diceva che sì, la stanchezza, ma una telefonata ci sta. Alle 20 suonavo campanelli, alle 21 smadonnavo, alle 22, dopo un 1/2 di vino la prendevo con filosofia davanti a un piatto di pesce. Alle 23, nella mia stanza, non potevo dormire. 

Nelle prime ore del 17 novembre di due anni fa prendevo coscienza. Nelle ore successive cercavo contatti, sentivo per la prima volta voci diventate poi così fondamentali per me. Nelle ore successive pronunciavo a un citofono parole da film. Nelle ore successive ero protagonista, su un marciapiede, di scene da film. Firmavo carte che solo in un film. 
Nelle ultime ore del 17 novembre sapevo. C’era uno spettacolo di Rezza la sera del 17 novembre di due anni fa. Non l’ho visto.

Il 18 novembre aprivo, poi partivo, poi mi sentivo inutile. Il 19 novembre mi sentivo inutile, poi camminavo, poi tornavo. Decidevo al telefono, su un treno, che lo spettacolo doveva continuare. Mi aspettavano alla stazione gli amici, non sapevo che dire. Ero la protagonista sfigata di un film tragedia di serie B.

Il 20 novembre di due anni fa era un giovedì. A quest’ora, probabilmente, pulivo. Pulivano con me gli amici, quelli che ci hanno aiutato a far sì che lo spettacolo potesse continuare.

Io credo che se sono sopravvissuta, due anni fa, a quella settimana tra il 13 e il 20 novembre, è perché non ero sola. è perché eravamo in due. Che poi non lo so se siamo veramente sopravvissute a questi due anni di ipocriti, medium, assenze e curiosi. Forse siamo morte e siamo rinate. Forse chi ci ha fatto rinascere sono quelli che sono venuti alla stazione, che ci hanno lavato i pavimenti, che ci hanno battuto le mani, che ci hanno accompagnato a battere i negozi e le strade e i bagni municipali, che hanno bevuto un caffè nonostante le nostre facce, che hanno mangiato una torta nonostante il nostro umore. Forse ci hanno fatto rinascere liti e disperazioni. Ci hanno fatto rinascere i debiti, ci hanno fatto rinascere i libri. Perché non ce lo potevamo permettere di morire per troppo tempo… no. C’erano i debiti, e c’erano i libri. E c’erano quelli che ci lavavano il pavimento, e c’erano quelli che bevevano il caffè. E loro un sorriso vero lo meritavano, e noi per loro l’abbiamo trovato. Lo meritavano, meritavano la parte bella di noi.

Oggi, nella notte tra il 13 e il 14 novembre, ho riso e ho pensato, eravamo noi due, poi in tre. Ho brindato in vita e in memoria.
Ho ringraziato. Non so chi, ma ho ringraziato per noi due. Perché non importa se sia una divinità, l’energia delle persone o una divinità creata dall’energia delle persone. Ma siamo in due, e questo è un miracolo.

Oggi, nella notte tra il 13 e il 14 novembre ho smadonnato. Perché va bene tutto ma, poca puttana, un abbraccio. Un solo abbraccio. Questo, solo questo, alla fine, ci manca.

Consapevolezze

Io, nella mia vita, mi sono ubriacata (da star male) solo quattro volte. In rigoroso ordine cronologico;

  • La prima: quando al mio ventienonsocosesimo compleanno ero stata stata scaricata, ero da sola e avevo deciso di farmi molto male. Comunque mi ricordo tutto;
  • La seconda: quando, ormai al limite, ho chiesto una cocacola e mi hanno passato un coca e rum, e io l’ho bevuto come fosse la soluzione ultima a tutti i mali. Comunque mi ricordo tutto;
  • La terza: quando un mio amico mi ha detto che forse era incinto ma non lo sapeva proprio davvero. Comunque mi ricordo tutto;
  • La quarta: quando io ero convinta di avere vent’anni ma il mio fegato non era dello stesso parere. Comunque mi ricordo tutto.

Basta. Ho 37 anni e io e il bere abbiamo un rapporto molto contrastato. Amo sbronzarmi, ma non troppo. Non perdo mai il controllo. Non vi dirò mai “non me lo ricordo”. Non mi giustificherò mai con “avevo bevuto troppo”. Porca troia.
A volte vorrei perdermi nell’oblio. Fare cazzate e non saperlo, con tutto quello che può derivarne. Tirare fuori, urlare fanculi, slacciare reggiseni e dirmi che era perché avevo abbattuto barriere logiche e morali. Non l’ho fatto mai.
Torno a casa, dopo 12 ore di festa, porto fuori il cane e lavo i piatti. Mi lavo pure i piedi perché sennò… Lavo i piatti, li lavo in precario equilibrio, li lavo rompendone magari uno, ma li lavo… perché, sennò…

A volte vorrei perdermi. Totalmente, del tutto. Svegliarmi senza sapere chi sono o chi dorme accanto a me. Svegliarmi guardando le spalle di qualcuno e dicendomi che non ne ho colpa. Ma che è stata una bella serata.
A volte vorrei che davvero quella parte del mio cervello che si rifiuta di cedere si addormentasse in un fiume di vodka (o, nel mio caso, più probabilmente di tequila), a volte vorrei affogarmi di mirto o di sambuca. Niente, il mio naso rimane sempre inesorabilmente fuori. Respira. Dà aria ad ogni parte del cervello.

Appello agli amici, per una di quelle tante sere in cui a un certo punto vi dico ciao: se una di quelle sere mi bucate le ruote della bici; se una di quelle sere mi rubate la batteria del cellulare e mi impedite di chiamare un taxi; se una di quelle sere mi nascondete le scarpe… ecco. Forse non subito. Forse non il giorno dopo. Ma un giorno… un giorno… io vi dirò grazie.

 

 

 

 

 

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