L’anno che verrà

ovunque-tuCaro amico,
ti scrivo, e ti scrivo senza distrarmi perché qui distrarsi è piuttosto difficile – come forse ricorderai – e ora lo è ancora di più.

Da quando sei svanito non ci sono novità sostanziali, tutto qui procede come lo immaginavamo alla partenza, questo posto è sempre più una casa. Forse perché ormai io e U. ci viviamo, forse perché questi ultimi mesi hanno fatto sì che molte persone se ne prendessero cura e si prendessero cura di noi. Questo cambia le cose.
Ho pensato spesso in questi mesi al concetto della “cura”. Ci ho pensato quando mi sono impuntata per aprire il dannato lucchetto della tua bici per metterla al sicuro, ci ho pensato quando non ho voluto che venisse buttato il tuo dentifricio, ci penso ogni volta che vedo C. con il tuo gatto. Gatto che per inciso ha socializzato con un simile di giovane età, a dispetto di ogni previsione. Io e U. ci prendiamo cura di questo posto come meglio possiamo, con alti e bassi, con altalene di tensioni e distensioni ma con energia immutata. Ce ne prendiamo cura per noi e ce ne prendiamo cura perché è qualcosa da farti ritrovare.

Anche i tuoi amici, quelli della vita, si prendono cura di noi e continuano, non sapendo come, a prendersi cura anche di te. In tutti i modi che sono possibili, anche in quelli inutili, anche in quelli improbabili. In questi mesi ho pensato che se una persona si riconosce dai suoi amici, ho imparato a conoscerti meglio grazie a loro che non alla convivenza costante – a volte pesante – fra queste mura. 

E c’è anche stato l’ultimo giorno di F. qui da noi, se n’è andato un pomeriggio e ora questo posto e proprio tutto nostro. Nostro e delle nostre liti con il vicino, nostro e dei vicini di casa che vengono sempre più spesso e con cui parliamo sempre di più. Nostro e dei nostri clienti golosi, dei nostri clienti lettori, dei nostri clienti che qui non se la sentono più di tornare. Anche di loro ce ne sono, ed è normale che sia così.

Come da tradizione sono andata al Valentino il 21 marzo, da qualche anno è un giorno che uso per celebrare una perdita. Quasi mi auguro che questa primavera, insieme ai fiori, riporti anche te, o qualche tua notizia. Non faccio che pensare a L. e al modo in cui ha pronunciato per la prima volta con noi la parola desaparecido. Sentirla dire da lui fa un certo effetto, come potrai immaginare. Sai, ci abbiamo parlato con L. il giorno prima che partisse per l’Argentina. È stato un pomeriggio invernale di chiacchiere e the e ci ha raccontato la sua storia, quella su cui insieme ci eravamo interrogati. Non è un comandante sai? E la sua storia è bella, è ricca. E fa impressione sentire pronunciare da lui la parola desaparecido. Sembra fuori contesto la tua piccola, astorica assenza. Eppure un desaparecido è uguale all’altro, come sono tutti uguali i parenti, gli amici. Poco conta il come e il perché. Questo parlando con L. l’ho capito. E anche L. è lontano, ma tornerà ad ottobre, la sua è un’assenza che finirà, un’assenza accorciata di qualche mese, e già lo aspettiamo con le braccia aperte e con un caffè in canna. Lungo e macchiato, alle 9 di mattina, così come ci ha già chiesto di fare.

Un anno sta passando così come è passato il punto di non ritorno: ormai è più il tempo che qui tu non ci sei rispetto a quello in cui ci sei stato. E fa impressione mettersi a pagare l’affitto di maggio. Tra poco non ci sarà più la tua scrittura sul registro dei corrispettivi così come si stanno esaurendo le tessere dei clienti che avevi fatto tu. Ma la processione, quella dei clienti che chiedono, quella dei clienti che leggevano quello che gli consigliavi, quella processione non finisce, continua a giorni alterni sempre con la stessa domanda: c’è qualche novità?

E la risposta è sempre la stessa, ormai standardizzata in una successione di espressioni contrite e alzate di spalle, perché da dire non c’è proprio nulla, e non sai quanto pagheremmo perché fosse diverso.

In questo momento Radio Paradise passa Hallelujah cantata da Jeff Buckley e mi sembra la colonna sonora ideale per schiacciare il pulsante pubblica accanto a questo post che sto scrivendo da due mesi e non riesco mai a finire. Così lo faccio, quasi sperando che da qualche parte possa leggerlo anche tu.

Maybe there’s a God above
But all I’ve ever learned from love
Was how to shoot somebody who outdrew ya
And it’s not a cry that you hear at night
It’s not somebody who’s seen the light
It’s a cold and it’s a broken Hallelujah

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